Quegli strappi che salvarono la memoria
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- Creato: 20 Febbraio 2012
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Alessia Amenta «Digitus Dei est hic! L’avvento dell’islam in Sudan ha sì ricoperto sotto spesse coltri di sabbia le vestigia gloriose di antiche chiese cristiane, ma l’odierna comunità cristiana di Khartoum può dire che quel seme non è sepolto ancora». Queste le parole di padre Giovanni Vantini, comboniano e serio studioso della Nubia cristiana, che partecipò agli scavi di Sonqi per espresso volere della Segreteria di Stato. E questo è anche il sentimento sotteso alla volontà di recuperare le antiche radici cristiane in territorio sudanese, un’area in quegli anni stravolta dalla guerra civile e da animosità anti-cristiane. Il cristianesimo infatti ha nella Nubia radici profondissime, che risalgono ai primi secoli. Recuperare quelle testimonianze e quel patrimonio avrebbe automaticamente tutelato la presenza della comunità cattolica lo cale. In quegli stessi anni Paolo VI scrisse parole appassionate per i popoli africani nella sua Africae Terra rum , : «Nel rivolgere il Nostro saluto all’Africa, non possiamo fare a meno di richiamare alla mente le sue antiche glorie cristiane (...) In realtà, dal secolo II al secolo IV la vita cristiana nelle regioni settentrionali dell’Africa fu intensissima e all’avanguardia tanto nello studio teologico quanto nella espressione letteraria (...) Noi Ci siamo sempre compiaciuti del fiorire degli studi sull’Africa, e vediamo con soddisfazione il diffondersi della conoscenza della sua storia e delle sue tradizioni. Ciò, se fatto in modo onesto e oggettivo, non può non portare ad una più esatta valutazione del suo passato e del suo presente». Il sentimento che lega Paolo VI all’Africa s’intreccia con le riflessioni espresse nel preambolo dell’Atto costitutivo dell’Unesco redatto nel 1945. Si afferma come l’incomprensione reciproca dei popoli sia sempre stata, nel corso della storia, all’origine del sospetto e della sfiducia tra le nazioni, come la dignità dell’uomo esiga la diffusione della cultura e l’educazione di tutti per il raggiungimento della giustizia, della libertà e della pace. E anche agli intellettuali africani si rivolge direttamente Papa Montini poiché il loro contributo è fondamentale per la stabilità degli equilibri: «L’Africa ha bisogno di voi, dei vostri studi, delle vostre indagini, della vostra arte, del vostro insegnamento; non solo perché sia apprezzata nel suo passato, ma perché la sua nuova cultura maturi sul ceppo antico e si attui nella ricerca feconda della verità» (Africae Terrarum, 32). Nel 1969 Papa Montini fu il primo a compiere un viaggio in Sudan, Paese indipendente e ufficialmente islamico dal 1956, poco tempo dopo che il governo sudanese, il 27 febbraio 1964, aveva decretato l’espulsione di tutti i missionari: avrebbero abusato dell’ospitalità concessa dal Sudan, interferendo negli affari sudanesi, e introdotto nel Sud una civiltà e una cultura diverse da quelle delle altri parti del Paese. La minoranza locale cattolica appariva tragicamente minacciata. Il riconoscimento delle sue antiche origini locali ne avrebbe potuto assicurare il rispetto. Rispetto invocato anche da Giovanni Paolo II nel suo breve — ma fortemente voluto — viaggio in Sudan il 10 febbraio 1993. Così egli parla appena sceso dall’aereo, davanti al presidente sudanese, il generale Omar Ahmed al Bashir: «Oltre alla religione locale africana, due grandi tradizioni religiose, l’Islam e il Cristianesimo, sono coesistite in questo territorio per secoli. Oggi è essenziale ricuperare il senso del rispetto reciproco e della cooperazione al servizio del bene comune». Il Papa ricevette un dono altamente simbolico: la riproduzione di una pittura del VII secolo della cosiddetta “cattedrale” di Faras, la capitale del regno cristiano nubiano della Nobadia. Dunque, Al Bashir riconosceva pubblicamente davanti al Papa le origini remote del cristianesimo in terra sudanese. È importante inoltre che anche la comunità cattolica locale, in continuo aumento nonostante le ostilità interne, conosca e riconosca le proprie antiche radici in questa nazione: «È necessario che percepiscano la continuità di questa presenza di Cristo, in modo tale da non soccombere alla tentazione di accettare che, con l’avvento dell’islam, tutto sia andato perduto. E dico loro che sono gli eredi di questa presenza, anche se sepolta e nascosta, e che bisogna farne continua memoria» (padre Vantini). Se infatti nel 1956, con la proclamazione dell’indip endenza del Sudan come Paese musulmano, si annulla ufficialmente la comunità cattolica bianca, ecco che invece continua a progredire un grande comunità cattolica “nera”. La presenza della Santa Sede a Sonqi Tino, sia materiale (in quanto co-finanziatrice) sia pratica (con la presenza di padre Vantini), assume dunque una precisa connotazione. I rapporti delle quattro missioni archeologiche a Sonqi Tino furono regolarmente inviate alla Segreteria di Stato, che veniva così costantemente informata dell’andamento delle ricerche grazie al tramite dei Musei Vaticani, nella persona di Filippo Magi, direttore degli Studi e Ricerche Archeologiche per lo Stato della Città del Vaticano. La chiesa di Sonqi Tino conservava splendide pitture alle pareti in stato frammentario. Si decise nella prima campagna di procedere al loro “strapp o”, l’unica soluzione possibile per “s a l v a re ” la loro memoria. Il lavoro fu affidato ai restauratori Leonetto Tintori da Firenze e Silvestro Castellani da Urbino. Le pitture furono poi inviate a Firenze per il restauro e, prima di far ritorno a Khartoum, furono esposte prima a Roma nel febbraio 1968, in una mostra nell’aula magna del Cnr, e poi a Torino nel Museo Egizio il mese successivo. Fu quella un’o ccasione importante perché «gli studiosi italiani potessero avere una diretta visione di questo materiale, che all’infuori di quello di Faras, conservato a Varsavia, non è frequentemente visibile nei musei europei» (S. D onadoni). Al termine della fortunata stagione archeologica di Sonqi, le autorità archeologiche sudanesi donarono alla Santa Sede una splendida pittura, oggi conservata presso i Musei Vaticani e afferente al reparto per l’Arte bizantino-medievale e moderna, diretto da Anna Maria De Strobel. Altri diciotto frammenti si conservano invece presso il museo universitario romano di via Palestro. Diciannove sono rimasti nel museo di Khartoum. La pittura vaticana rappresenta l’iconografia dei Tre fanciulli nella fornace, ben attestata nella Nubia cristiana. Si tratta dell’episodio della Bibbia (Daniele 3, 1-100) in cui tre fanciulli, Anania, Azaria e Misael, rifiutandosi di adorare un idolo d’oro, così come era stato ordinato dal re Nabucodonosor, furono condannati a bruciare vivi nella fornace. Dopo aver invocato l’Altissimo, un Angelo scese a rendere inoffensive le fiamme, salvandoli. Fu allora che il re babilonese concesse loro la libertà, ordinando che nessuno più profanasse il loro Dio. L’atteggiamento alfine conciliante di Nabucodonosor sia auspicio di eterna serena convivenza nella tormentata terra del Sudan.
© Osservatore Romano - 20 febbraio 2012