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La «Santa Russia» della tradizione e il Paese dell’utopia comunista

Sainte Russie vignette 01"La Russia offre nella storia l'unico esempio di un immenso impero che, anche dopo un'apertura mondiale, è considerato oggetto di credenza e non un fatto". Aveva visto bene Karl Marx, scrivendo queste parole. Era il 1857, sessant'anni «Miracolo dell’icona della Madre di Dio del Segno» (particolare, XV secolo, Novgorod)prima della rivoluzione bolscevica e della nascita dell'Unione sovietica. L'autore del Capitale non sapeva che la sua diagnosi, almeno questa, sarebbe stata confermata in pieno dalla storia.
La Russia, il destino di questa immensa terra e della sua gente, il senso stesso dell'«essere russo» restano tutt'ora un mistero intriso di fascino. La Santa Russia, la Russia mistica, la terra di Tolstoj e Dostojeski, di Lenin e Pushkin, di Stalin e Solženicyn, di Solov’ev e Bulgakov non si trova nei libri della storia ufficiale. Immagini sacre e illusioni ideologiche, slanci spirituali e barbariche passioni: la Russia è un prisma di luce in cui si distingue una parte essenziale della nostra identità di europei e occidentali.
In questo prisma s'immerge l'ultimo libro dello storico francese Alain Besançon, Sainte Russie (Paris, Editions de Fallois, 2012, pagine 168, euro 17), un saggio che, pur collocandosi a metà tra la storia politica, la storia delle mentalità e la storia religiosa, riesce a superare i tradizionali steccati della ricerca accademica aprendo lo spazio di un interrogativo inedito e provocatorio.
Ciò anzitutto perché l'autore, membro dell'Institut de France, assume quale punto di partenza la menzogna, l'art du mensonge, quella che i russi hanno esercitato ed esercitano su loro stessi e nei confronti degli altri popoli. Una menzogna sistematica, prodotta e distillata tanto dalla langue de bois della nomenklaturasovietica quanto dall'attuale Russia neo-occidentale.  
  Luca M. Possati

© Osservatore Romano - 9 giugno 2012