Giù le mani dalla croce
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- Creato: 20 Luglio 2012
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La comunione ricevuta come dono, la riconciliazione vissuta come scambio di doni, il cammino ecumenico, l’intuizione di fratel Roger e la piccola “p a ra - bola di comunione” realizzata a Taizé: sono i temi attraverso i quali si sviluppa l’intervento pronunciato dal priore della comunità di Taizé al cinquantesimo Congresso eucaristico internazionale che si è svolto dal 10 al 17 giugno a Dublino. Del testo, intitolato «Passione dell’unità nel Corpo di Cristo», pubblichiamo qui di seguito i passaggi più significativi. di FRATEL ALOIS
Se la comunione, fondata nel battesimo in un solo Spirito, è un dono di Dio, allora l’ecumenismo non può essere innanzitutto uno sforzo umano per armonizzare tradizioni diverse. Il primo sforzo ecumenico è quello di cercare di vivere in comunione con Dio, nel Cristo, per mezzo dello Spirito Santo. Il teologo svizzero del secolo scorso, Maurice Zundel, ha mirabilmente chiarito che «è in una unione mistica con il Cristo che l’ecumenismo può trovare la sua realizzazione», altrimenti, aggiunge, «l’ecumenismo non è altro che chiacchiere». È vero che le Chiese e le comunità ecclesiali a volte mostrano dei cammini diversi per realizzare questa comunione con Cristo. Eppure, più è profonda l’appartenenza di ciascuno al Cristo, più è corretto lo sguardo rivolto agli altri: vengono visti come sorelle e fratelli, che hanno ricevuto lo stesso battesimo. Bisogna andare ancora oltre: riconoscere negli altri delle sorelle e dei fratelli è il segno di un’autentica appartenenza a Cristo. Doroteo di Gaza, nel VI secolo, ha descritto questa realtà con un’immagine: Dio è al centro di un cerchio; più i raggi si avvicinano al centro, più si avvicinano gli uni agli altri. Questa visione della comunione suppone una purificazione del nostro modo di credere, una “conversione” sempre ripresa in una Ecclesia semper reformanda. Uno dei documenti del gruppo di Dombes, gruppo di teologi cattolici e protestanti in Francia, spiega che, per definire l’identità cristiana, oggi in tutte le Chiese è l’identità confessionale che è stata messa al primo posto. Ci si definisce dapprima come cattolico, protestante od ortodosso. I teologi di Dombes dimostrano che, in realtà, è l’identità battesimale che dovrebbe avere la priorità; tutti i cristiani dovrebbero prima definirsi come battezzati. Si ha talvolta l’impressione che, nel corso dei secoli, i cristiani hanno finito per abituarsi a essere divisi in numerose confessioni, come se fosse normale. Per preparare una riconciliazione, tocca a noi oggi valorizzare il meglio delle diverse tradizioni. Allora si può realizzare uno scambio di doni: condividere ciò che abbiamo ricevuto da Dio e vedere anche i doni che Dio ha depositato negli altri. E questo scambio è possibile proprio perché il fondamento che ci unisce, il battesimo, è comune. Uno scambio di doni è iniziato. Attraverso preghiere comuni e incontri personali, si è approfondita una stima reciproca più profonda. Molti hanno compreso che alcuni aspetti del mistero della fede sono stati meglio valorizzati da una tradizione diversa dalla loro. Come andare ancora più avanti in una condivisione di questi tesori? E quali sono questi tesori? I cristiani d’Oriente hanno messo l’accento sulla risurrezione del Cristo che già trasfigura il mondo. Non è forse grazie a tutto questo che molti di loro hanno saputo attraversare decenni di sofferenza nel corso dei secoli passati? L’Oriente ha conservato l’insegnamento dei Padri della Chiesa con grande fedeltà. Il monachesimo, che esso ha dato all’O ccidente, ha insufflato in tutta la Chiesa una vita di contemplazione. I cristiani d’Occidente potrebbero aprirsi di più a questi tesori? I cristiani della Riforma hanno sottolineato alcune realtà del Vangelo: Dio offre il suo amore gratuitamente; con la sua Parola viene incontro a chiunque l’ascolta e la mette in pratica; la semplice fiducia della fede porta alla libertà dei figli di Dio, all’immediatezza di una vita con Dio nell’oggi; cantare insieme interiorizza la Parola di Dio. Questi valori ai quali sono legati i cristiani della Riforma non sono forse essenziali per tutti? La Chiesa cattolica ha conservato, attraverso la storia, l’universalità della comunione nel Cristo. Incessantemente ha cercato un equilibrio tra la Chiesa locale e la Chiesa universale. L’una non può esistere senza l’altra. Un ministero di comunione a tutti i livelli ha contribuito a mantenere un’unanimità nella fede. Tutti i battezzati non potrebbero procedere ulteriormente nella comprensione progressiva di questo ministero? Non è forse per essere stato conseguente fino in fondo con questa visione della Chiesa che riunisce tutti i battezzati, che diversi responsabili di Chiese hanno riconosciuto in fratel Roger un fratello che condivide la comunione nel Cristo? Fratel Roger viveva in Cristo. Non si lasciava fermare dalle diversità tra tendenze differenti. Scopriva il Cristo nei battezzati di tutte le confessioni. Guardava anche come “p ortatori del Cristo” delle donne e degli uomini che, senza professare una fede esplicita, erano testimoni di carità e di pace: alcuni di essi, scriveva, «ci passano avanti nel Regno dei cieli». Nel corso del suo cammino, fratel Roger non ha mai avuto il timore che le sue opzioni gli facessero perdere la propria identità. Vedeva l’identità di un cristiano innanzitutto nella comunione con il Cristo che si dispiega nella comunione tra tutti coloro che sono del Cristo. Molto giovane, fratel Roger aveva avuto l’intuizione che una vita di comunità, vissuta da uomini che cercassero sempre di riconciliarsi, poteva diventare un segno. Questa è la vocazione fondamentale di Taizé: costituire quella che egli ha chiamato “una parabola di comunione”. La vita monastica era però scomparsa dalle Chiese della Riforma. Allora, senza rinnegare le proprie origini, ha creato una comunità che voleva affondare le sue radici nella Chiesa indivisa, al di là del protestantesimo, e che con la stessa sua esistenza si legasse in maniera indissolubile alla tradizione cattolica e ortodossa. Era convinto che una tale comunità poteva dare una visibilità all’unità del Corpo del Cristo, che non è soltanto davanti a noi come un obiettivo da raggiungere, ma esiste già in Dio. La Chiesa è divisa, ma nelle sue profondità è indivisa. Nel cuore di Dio essa è una. Sta a noi allora creare dei luoghi in cui questa unità possa emergere e diventare manifesta. Fratel Roger respirava talmente nella Chiesa indivisa che, nato in una Chiesa della Riforma, voleva che la comunità da lui creata anticipasse la comunione con la Chiesa cattolica e con le Chiese ortodosse. Con le Chiese ortodosse, la nostra comunità ha cercato molto presto di esprimere una comunione. Nel 1965, il patriarca Atenagora ha inviato a Taizé dei monaci perché condividessero con noi per diversi anni la vita monastica. Dei legami di amicizia, di fiducia con le Chiese ortodosse si sono approfonditi fino ad oggi. Quando, alla fine degli anni Sessanta, i primi fratelli cattolici sono entrati nella nostra comunità, la questione di anticipare la comunione con la Chiesa cattolica è divenuta ancora più pressante all’interno stesso della comunità: come superare l’ostacolo della separazione tra queste due tradizioni? Per fratel Roger, nella sua vita personale, entrare progressivamente in una piena comunione con la Chiesa cattolica si è concretizzato in due punti: ricevere l’eucaristia e riconoscere la necessità di un ministero di unità esercitato dal vescovo di Roma. Non vedeva in questo l’espressione di un “ecumenismo di ritorno”, perché, secondo lui, dopo Giovanni XXIII e il concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica aveva accolto le grandi istanze della Riforma: la priorità della grazia di Dio, la libertà di coscienza, la fede centrata sul Cristo, il posto assegnato alla Bibbia. Sarebbe stato contento del fatto che, nel 2008, il sinodo dei vescovi a Roma, dedicato alla Parola di Dio, abbia ricordato come due realtà — il Battesimo e la Parola di Dio — uniscano già tutti i cristiani. In futuro, a Taizé continueremo ad appoggiarci su due passi che la nostra comunità ha compiuto agli inizi degli anni Settanta: ricevere la comunione della Chiesa cattolica e anticipare la comunione con il pastore universale. La nostra comunità aveva acquisito la certezza che la riconciliazione dei non cattolici con la Chiesa di Roma non si sarebbe realizzata ponendole indefinitamente delle condizioni, bensì aiutandola dall’interno a evolversi. Il secolo XX ha mostrato quanto il ministero petrino fosse capace di modificarsi. Giovanni Paolo II ha invitato lui stesso i non cattolici ad aiutarlo in questa evoluzione, come nella sua enciclica Ut unum sint. Questi due passi della nostra comunità, i fratelli battezzati in una famiglia protestante li fanno propri senza alcun rinnegamento della propria origine, bensì come un ampliamento della propria fede. Da parte loro i fratelli che vengono da una famiglia cattolica trovano quindi un arricchimento nell’aprirsi, in linea con il Vaticano II, alle istanze e ai doni delle Chiese della Riforma. Questo è diventato per noi del tutto naturale. Se questi passi implicano a volte delle limitazioni e delle rinunce — ci può essere riconciliazione senza rinunce? — l’ampliamento di una vita di comunione è incomparabilmente più importante.
© Osservatore Romano - 21 luglio 2012