I cattolici sono autentici egiziani: gli invasori maomettani li rispettino

Lorenzo Bodega*.

Sulle festività appena trascorse si è addensata la funerea nube della strage compiuta ad Alessandria d'Egitto. E, sovrapponendosi alle notizie dell'immane carneficina, quanto ci è apparsa stridente l'atmosfera lieta e ovattata del Natale e del Capodanno nelle nostre città! Altrove, infatti, una comunità lontana sulle carte geografiche ma così prossima per cultura e tardizione religiosa, piange ventun morti e 80 feriti. Il bilancio dell'orrendo attentato avvenuto la notte del 31 dicembre, ordito ed eseguito da menti e mani scellerate, parla di famiglie distrutte e persone uccise o segnate per sempre da tanto scempio.

CULLA DEL CRISTIANESIMO. La colpa di questi martiri, straziati davanti alla loro chiesa, era quella di professare la religione cattolica, cioè la fede dei loro padri e della propria terra. Lo ribadisco, colleghi senatori, la religione della loro terra. E ricordo una bella espressione di Benedetto XVI in proposito. In Medio Oriente, sottolineò il Papa, “i cristiani sono cittadini originari e autentici”. Dunque, aggiungo, tali vanno considerati, a dispetto del luogo comune che li vorrebbe quasi dei corpi estranei, delle minoranze occidentalizzate, magari dei residuati del colonialismo. In realtà i paesi extraeuropei che, dall'altra sponda del mare, si affacciano sul Mediterraneo furono la culla del Cristianesimo, Egitto compreso. Qui trovò terreno fertile la prima evangelizzazione e fruttificò lungo i secoli, sino all'invasione maomettana. Risale, infatti, al I secolo la fondazione della Chiesa copta, originata dalla predicazione di San Marco, dove brillò per zelo e dottrina il patriarca San Cirillo di Alessandria, vescovo e Dottore della Chiesa.

TALLONE MUSSULMANO. Nell'arco di due millenni, sotto il duro tallone del conquistatore mussulmano, i cristiani d'Egitto hanno strenuamente custodito la propria identità, subendo sistematiche spoliazioni dei beni, rapimenti di fanciulle, uccisioni d'innocenti, inique condanne, angherie innumerevoli e tanto penose da indurre molti alla sofferta scelta dell'emigrazione. E tuttavia i copti rimasti nel loro paese costituiscono ancora il 10% della popolazione egiziana: una presenza scandalosa agli occhi del fanatismo islamico. In occasione del tradizionale incontro coi rappresentanti dei Paesi e delle organizzazioni internazionali che intrattengono rapporti diplomatici con la Santa Sede, Benedetto XVI, riferendosi alle stragi di cristiani in Iraq ed Egitto, si è soffermato su quella che ha definito come “urgente necessità per i Governi della Regione di adottare, malgrado le difficoltà e le minacce, misure efficaci per la protezione delle minoranze religiose”.

200 BERSAGLI. Ebbene, noi crediamo che della difesa dei cristiani possano e debbano rendersi partecipi gli Stati che, come il nostro, hanno contratto un inestinguibile debito di civiltà nei confronti del cristianesimo. Dovere morale ma anche reale, di coscienza e di sostanza, assodata l'esistenza di una lista di circa 200 esponenti della comunità copta che l'estremismo maomettano vuole uccidere, come rivela l'agenzia missionaria Asianews. E la metà di questi bersagli umani vivono, appunto, nei paesi europei. D'altro canto abbiamo constatato, in occasione del sit in dei copti davanti al consolato egiziano di Milano, quanto odio certi islamici nutrano nei confronti dei cristiani egiziani: solo un intervento muscoloso delle forze dell'ordine, a suon di manganellate, ha impedito che chi manifestava solidarietà alle vittime della strage di Alessandria d'Egitto venisse aggredito da gruppi di facinorosi di fede mussulmana.

BUONSENSO ED EQUITA'. Circostanze che dovremmo adeguatamente ponderare quando trattiamo di rifugiati. Apprendo da rapporti dell'Unhcr che in Italia parecchie decine di omosessuali ottengono lo status di rifugiato o un permesso umanitario per il fatto di non poter manifestare liberamente nei paesi d'origine certe tendenze sessuali. A questa stregua, quanta considerazione dovremmo mostrare nei confronti di tutti i cristiani copti, che quotidianamente rischiano la vita per la fede? E, specularmente, quale trattamento riservare ad altri immigrati che abbracciano le credenze degli oppressori? E' ammissibile che chi approda nel nostro paese per sfuggire alla persecuzione religiosa qui incontri i propri aguzzini? Questioni a cui potremmo facilmente dare risposte, se certe imposizioni anti discriminatorie non ci allontanassero spesso dal campo del buonsenso e dell'equità.

TRADIZIONI VITALI. Quel buon senso, dicevo, che ho sentito echeggiare nelle parole di un amato pastore della Chiesa cattolica, il cardinale Giacomo Biffi, nel suo intervento al Seminario della Fondazione Migrantes, il 30 settembre del 2000. In quella circostanza, l'allora arcivescovo di Bologna ricordò che “L'Italia – cito testualmente - non è una landa deserta o semidisabitata, senza storia, senza tradizioni vive e vitali, senza una inconfondibile fisionomia culturale e spirituale, da popolare indiscriminatamente, come se non ci fosse un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà che non deve andare perduto.(...) In una prospettiva realistica, andrebbero preferite le popolazioni cattoliche o almeno cristiane”. E il cardinale esortò a consentire per gli immigrati islamici, sono ancora le sue parole, “solo ciò che nei paesi musulmani è effettivamente consentito per gli altri”.

MONITORAGGIO. Ora il massacro di Alessandria d'Egitto, seguito alle stragi di cristiani in Iraq e alle persecuzioni nel mondo islamico (e penso alla condanna a morte per “blasfemia” di Asia Bibi in Pachistan) devono, appunto, indurci a porre con forza il principio della reciprocità all'ordine del giorno dell'azione politica e diplomatica. E se si ritiene che, in virtù di regole anti discriminatorie acriticamente applicate, non sia possibile oppore il rifiuto alle crescenti pretese degli islamici, almeno ci si premuri di esigere che i paesi d'orgine di tali immigrati attuino la parità del trattamento nei confronti delle comunità di cristiani che vivono sul loro suolo. A questo scopo appare auspicabile la costituzione di un organismo intergovernativo a livello europeo, in grado di monitorare costantemente le condizioni di vita delle comunità cristiane nel mondo. E, ancor più necessaria, occorre la determinazione dell'Unione europea e dei governi nazionali a condizionare ogni rapporto di carattere politico ed economico con tali Paesi all’effettiva tutela delle minoranze cristiane presenti sul loro territorio. Crediamo che passi decisi, mossi in questa direzione, raccolgano in maniera concreta l'esortazione di Benedetto XVI affinchè nella difesa della vita e della libertà dei cristiani seguano finalmente alle parole i fatti.

*Vicepresidente del gruppo Lega Nord al Senato.

14 gennaio 2011