Nuova Lubjanka
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- Creato: 05 Novembre 2012
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L’inizio di un processo di coscienza dopo i muri di indifferenza costruiti per decennidi MA RTA DELL’ASTA
Quello che per noi in Oc-cidente è il 27 gennaio, giornata della memoria della Shoah, per la Rus-sia è il 30 ottobre, me-moria delle vittime delle repressioni politiche, ossia del totalitarismo co-munista. La data stessa ha un’origi-ne non banale: il 30 ottobre del 1974 alcuni detenuti politici in un lager della Mordovia indissero uno scio-pero della fame non per ottenere qualcosa, ma solo per ricordare tutte le vittime innocenti del regime. Da un gesto così gratuito e pieno di dignità è scaturita in Urss la tra-dizione civile di ricordare in quel giorno i detenuti politici, possibil-mente in modo pubblico, in una piazza, stando in silenzio con in ma-no una candela accesa.
La caduta del regime ha eliminato la categoria dei detenuti politici ma non l’esi-genza di ricordare i milioni di citta-dini inermi che hanno sofferto e so-no morti per un atroce progetto po-litico che li considerava come entità astratte, categorie, numeri. Dal 1991 la ricorrenza è stata riconosciuta an-che dallo Stato russo, così che se ne parla in televisione e sui giornali. Il luogo simbolo di questa memo-ria a Mosca è piazza Lubjanka, pro-prio il luogo che all’opposto rappre-sentava la quintessenza della violen-za per il nefasto edificio che la do-mina, sede degli organi repressivi, che ha inghiottito centinaia di mi-gliaia di vite. All’estremità opposta della piazza dal 1990 si trova un se-gno in memoria delle vittime, si trat-ta di una semplice pietra fatta venire dalle isole del mar Bianco, le Solov-ki, dove nei primi anni Venti sorse uno dei primi e più terribili lager sovietici. Questo memoriale è stato caparbiamente voluto da un gruppo di cittadini, ma le autorità hanno concesso solo un posto marginale, in un giardinetto poco raggiungibile e seminascosto. Tuttavia questa pie-tra, simbolo modesto, senza retorica e sproporzionatamente piccolo, è forte nel suo oggettivo richiamo alla realtà. Ormai sta lì da 22 anni di fronte all’enorme edificio dirimpet-to, e aspetta la sua ora. Ossia che la gente voglia di nuovo ricordare tutta questa tragedia del passato. E il 29 ottobre scorso, vigilia del giorno della memoria, è avvenuto qualcosa di imprevisto: i moscoviti, d’un tratto, si sono accorti di questa pietra muta e sono arrivati. Cose del genere non avvengono senza una ra-gione, e difatti dietro a questa ina-spettata riscoperta c’è un lungo la-voro della passione e dell’intelligen-za fatto da pochi, non appariscente ma essenziale. Dopo che la giornata della me-moria era diventata ufficiale, nel 1991, i promotori dell’iniziativa, in particolare il gruppo dell’Asso ciazio-ne Memorial, che ha tra gli scopi istitutivi proprio la tutela della me-moria, avevano notato il graduale esaurirsi dello spirito originario di fronte al prevalere di un uso politico della commemorazione. Il 30 otto-bre, attorno alla pietra delle Solovki, i politici delle varie fazioni celebra-vano la memoria con discorsi retori-ci e lontani dalle intenzioni autenti-che. Questo disagio è stato il punto d’inizio di una nuova riflessione che ha portato i membri di Memorial a intuire che alla storia bisogna acco-starsi su un piano individuale, attra-verso l’uomo; il contatto col passato dev’essere concreto, bisogna percepi-re la memoria come una cosa viva, che ci tocca personalmente. Senza questa compartecipazione personale le conoscenze generali, le cifre a sei zeri delle vittime non scalfiscono la coscienza, ci lasciano indifferenti e isolati. Per questo, sei anni fa, è nata l’idea di porre un gesto diverso, an-ticipato alla vigilia del 30 ottobre, che consiste nel leggere a voce alta i nomi dei trentamila moscoviti fucila-ti all’apice del grande terrore stali-niano, come infinitesima, simbolica parte dell’immenso esercito delle vit-time. Senza proclami né retorica, so-lo nome, cognome, età, professione, data di fucilazione. Da sei anni que-sto rito spoglio e severo si svolge dalle 10 di mattina alle 10 di sera presso la pietra delle Solovki, il 29 ottobre. Quelli di Memorial sono abituati a essere una specie di voce che grida nel deserto, il pubblico che raccolgono con le loro iniziative è sempre un pubblico di nicchia, poco numeroso. Alle letture dei no-mi in piazza Lubjanka venivano gli amici, e i parenti delle vittime, sem-pre più vecchi: «Siamo ogni anno di meno» mi aveva detto un’anziana si-gnora due anni fa. Ed era una con-statazione abbastanza desolante: la memoria non interessava ai moscovi-ti, impegnati a vivere la loro vita fre-netica. Quest’anno si è vista già dal mat-tino la folla; dalle cento alle duecen-to persone hanno stazionato ininter-rottamente per leggere quattro nomi dai fogli distribuiti dai volontari, e per deporre un lume acceso sul pie-destallo del masso; l’attesa era in media di due ore, in certi momenti del tardo pomeriggio anche di tre, per questo molti si sono limitati a deporre dei fiori e ad andarsene. Qualcuno aggiungeva al piccolo elenco anche il nome del padre, del nonno, del bisnonno, testimoniando davanti a tutti di non aver rimosso il proprio legame personale con questa tragedia. C’erano persone d’ogni ti-po e categoria; molti giovani, anche bambini cui le mamme facevano leg-gere i nomi, persone adulte e natu-ralmente vecchi. D ov’era questa gente l’anno scor-so? Sapeva dell’esistenza di questa pietra? Se non lo sapeva qualcuno gliel’ha comunicato; se lo sapeva, vuol dire che qualcosa l’ha spinta a fare un passo personale per venire fin lì. Comunque sia è ac-caduto qualcosa. Certamente tutto questo ha un legame con gli avve-nimenti degli ultimi mesi, le manifestazioni, gli in-contri, le proteste, in una parola, con la rinascita del-la coscienza civile che ha creato un terreno favorevole all’iniziativa personale. Ma ciò che sorprende soprattutto è il pro-cesso di ricomposizione della co-scienza che è in atto; finora erano esistite due realtà parallele e non co-municanti: gli ex dissidenti, cultori della memoria, e i russi di oggi, che non sanno né ricordano nulla e sono tutti presi dalle battaglie dell’oggi. E invece, una parte di quei russi che sembravano non avere bisogno del passato per risolvere i loro problemi d’un tratto sono venuti alla pietra delle Solovki. Certo, le migliaia di dimostranti degli ultimi mesi non sono nulla rispetto alla massa della popolazione, così come le centinaia di persone convenute in piazza Lub-janka non sono nulla rispetto ai di-mostranti di piazza Bolotnaja. Ma i numeri non hanno mai costituito un problema in Russia, almeno dai tempi dei dissidenti, è la qualità che conta: questa piccola esplosione di presenze indica una nuova qualità, dice che il passato e il presente si stanno riannodando in unità. Torna ad esistere la continuità storica, ri-trova un senso l’idea della tradizione spirituale e culturale; è l’inizio di un processo di coscienza straordinario, se si pensa ai muri di estraneità e in-differenza costruiti per decenni. La poetessa Ol’ga Sedakova ha commentato: «Non meno di questo cosmo di innocenti assassinati mi hanno colpito coloro che ne legge-vano i nomi. Il loro atteggiamento profondo e raccolto, che in ciascuno si manifestava a modo suo. E il sen-so di profonda unità tra tutti i con-venuti, come a dire: questa è la no-stra comune memoria. È la memoria comune della nostra Chiesa, degli uomini di altre fedi e di altre con-vinzioni. A me è rimasta la sensazio-ne di un avvenimento reale: qualco-sa è veramente accaduto». La responsabilità personale, il re-cupero della continuità storica, la storia letta attraverso la persona so-no ciò che, in modo inatteso, la Russia può offrire ancor oggi all’Eu-ropa e al mondo. L’emergere di que-sta esperienza lascia intuire lo scam-bio misterioso che avviene nel pro-fondo della nazione: le letture dei nomi delle vittime si vanno diffon-dendo in varie città, e probabilmen-te l’analoga iniziativa degli ortodossi presso le fosse comuni a Butovo si è ispirata a questo. Ma non bisogna dimenticare che, molto tempo ad-dietro, esisteva l’antica tradizione li-turgica di commemorare per nome i vivi e i morti prima dell’e u c a re s t i a . Nei nuovi frutti della coscienza civi-le si rinviene un seme antico che oggi germoglia fuori e dentro la Chiesa. Questa coscienza unitaria è stata espressa in modo magistrale da un ragazzo, che dopo aver letto i nomi delle vittime sul foglio ha aggiunto il proprio: «vent’anni, avrei potuto essere fucilato anch’io».
© Osservatore Romano - 4 novembre 2012