Finalmente saprò se ho una vita interiore

alleanzadi CLAUDIO TOSCANI

 

«Mi ero ripromesso che prima dei quarant’anni avrei vissuto da eremita nei boschi». Di fatto, a due anni dalla scadenza, Sylvain Tesson, viaggiatore, alpinista, scrittore francese, si sposta lungo il lago Bajkal, nella Siberia meri-dionale, in una capanna di legno a un niente dalla costa. Non è la solitudine totale, perché riceve vi-site di quando in quando (amici, forestali, viaggiatori, vicini di... ghiaccio, se pur a decine di chilo-metri), ma tra taiga e tundra l’isolamento è terribile, il clima impossibile, i pericoli sempre presenti; malinconie, malattie e sconforto a portata di mente e corpo a ogni ora del giorno e della notte. Il diario quotidiano dei piccoli e meno piccoli eventi (Nelle foreste siberiane, Palermo, Sellerio, 2012, pagine 260, euro 16) si prende da febbraio a luglio tra il 2010 e il 2011: ogni mese un capitolo (foresta, tempo, lago, bestie, lacrime, pace) e dentro letture, non caccia ma pesca, perlustrazioni e pensieri, entusiasmi e depressioni. In un silenzio raramente viola-to da venticinque milioni di anni di geologia locale, Tesson ha di che motivarci i sogni, scansando gli incubi, metaforizzando natura e paura, dando anima alle cose, espressione ai mutamenti del cie-lo, paragoni alla neve, alla piog-gia, ai casi o alle necessità. Inter-preta le urla degli animali e veste di figure poetiche i mutamenti di luce sulle superfici ibernate ed accecanti. Perché questa scelta nel bel mezzo di una vita agevole e agia-ta? Una fuga? Una scommessa? Una ricerca spirituale? Un’esp e-rienza da raccontare per cui farsi notorietà o trarre un guadagno? «Finalmente saprò se ho una vita interiore», scrive. Inattesa e lapidaria, la dichiarazione di sco-po e di senso della spedizione la-scia il lettore in bilico tra dubita-re del testo o immedesimarvisi. Perché la trama altro non è che un incessante miriade di appunti, di aneddoti, di annotazioni: foto-grammi paesaggistici, e nondime-no mentali, commenti e monolo-ghi che vivono più che altro del magnetismo della scrittura, non per l’attesa di un fatto o di una s o r p re s a . I padri del deserto cercavano Dio. Questo odierno anacoreta ha come primo proposito di non lasciarsi sopraffare dalla presenza dei propri simili, dalla preponde-ranza delle cose a disposizione, dall’abitudine al superfluo. Tesson all’interno della capan-na ha un modesto altare: san Se-rafino di Sarov, san Nicola, una vergine nera e lo zar Nicola II. Ma fra le pagine compone un ra-rissimo dizionario di specie, va-rietà, tipi, classi, categorie, generi. Davvero l’uomo ha saputo e sa dare un nome a ogni cosa, ogni creatura, ogni congiuntura. Muti alla mente e alla scrittura resisto-no certi stati d’animo, prodotti dai miracoli di quelle eccezionali latitudini o dalle pause di lettura. Decine di libri Tesson ha por-tato con sé, di tutti i soggetti: let-teratura, filosofia, spiritualità, viaggi. Così, se non sono gli in-canti dei luoghi, le magie di albe e tramonti, le mosse degli animali o il fruscio dei venti, sono le ri-flessioni indotte dalle letture a far vibrare il sismografo dell’anima. Allora non tengono le corazze del sapere, le cataste dei miti e dei simboli, i domini delle scienze. L’uomo è veramente solo di fron-te al creato, all’inafferrabilità del tempo e all’infinità dello spazio, alla potenza del divino. Nono-stante il dubbio, l’insinuazione, l’azzardo tagliente. A proposito sono i suoi strali contro la società, la politica, i si-stemi: «Lo Stato vede tutto, nella foresta si vive nascosti. Lo Stato sente tutto; la foresta è il tempio del silenzio. Lo Stato controlla tutto; qui sono in vigore codici antichissimi. Lo Stato vuole sud-diti ubbidienti, cuori aridi in cor-pi presentabili; la taiga trasforma l’uomo in un selvaggio e libera la sua anima». Le civiltà sono esperienze provvisorie ancorché lunghe, che la foresta prima o poi inghiottirà di nuovo, perché gli uomini che hanno preso il posto degli alberi scompariranno per lasciare il po-sto usurpato. «L’uomo è un bam-bino capriccioso, convinto che la terra sia la sua stanza dei giochi, gli animali i suoi balocchi e gli alberi i suoi sonagli». Lui, organizzando la propria vita attorno all’idea di non possedere nulla, dispone di tutto il necessario. Fa-cendo strada al tempo e amando i luoghi, si è riconciliato con la vita e col mondo.

 

© Osservatore Romano - 7 aprile 2013